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    15 July

    L'Ascensore.

    L’Ascensore.

     

    E’ un leggero mattino d’estate su una delle tante capitali europee. Ma noi non vediamo il cielo né vedremo che è una capitale…dovrete semplicemente fidarvi della mia parola perché la vicenda si svolge dentro un palazzo.

    Un leggero sole entra dal grande finestrone senza persiane e s’accende su una sala da caffè, dove s’affannano camerieri e s’accalcano consumatori. Sono probabilmente le 10 circa. Due ragazzi si tengono per mano e svicolano tra i tavolini finché non arrivano al bancone. Lei indossa una camicetta bianca leggera che, attraverso un taglio perfettamente congeniato lascia intravedere il dolce declivio tra i seni, e una gonna nera che arriva, molto aderente, fin sopra le ginocchia. La mora si muove dentro minuscole scarpette nere da ginnastica senza lacci. I suoi lunghi capelli neri arrivano fino a metà spalle. Lui invece sembrerebbe il tipico impiegato. Completo nero, camicia bianca e perfetta coi polsini, cravatta molto stretta che s’allunga a sigaretta verso l’addome, scarpe tanto serie che si sono usate per tutto il novecento. Ha capelli cortissimi e una leggera barba, pizzo leggero ma rossiccio. Dalla tasca esce e rientra una catena a cui c’è appeso un orologio e una chiave. Per una porta che dà su cosa? Comunque lei lo porta al bancone e, sorridendo, i due prendono i menus. Lui però fa un salto e dice:”Scusa, devo salire…torno subito. T’assicurerai che mi faccia un bel paninazzo?” Indicando in pratica tutta la carne che c’è dietro la vetrinetta. Guarda lei, poi la cameriera in divisa e capelli raccolti, ha la conferma che s’aspetta dalle due e poi si defila tra i tavolini  Mentre s’avvicina alle scale notiamo che non è al piano terra ma in un piano alto d’un alto edificio, qualcuno accanto a lui grida:”Che fai? Hai dimenticato la merce! Dov’è adesso?” La nostra visuale si sposta e vediamo che c’è una scatola di quella che tiene materiale radioattivo su quattro ruote che, in effetti, s’avvicina al muro come se fosse pensante –o forse, semplicemente, guidata da qualcuno?- e vi sparisce dentro. Il ragazzo che s’avvia verso le scale sembra l’unico ad accorgersene  e la cosa non lo colpisce, anzi fa spallucce e dice tra sé:”Quando arriverà giù, i ragazzi se ne occuperanno…” E sorride. Quindi decide di salire le scale da cui è arrivato. In breve arriva nel piano dov’è il suo dormitorio. –Maledizione- dice tra sé –avrei dovuto prendere i soldi prima, non tentare di fregarmi il bacio perugina enorme che brillava nella realtà e nel mio desiderio egoistico di conquistarla, su quel tavolino nella sala comune!- Ma si trova davanti al muro, il muro “crescente” come si dice qui, che sta chiudendolentamente la sezione per la missione segreta di oggi, semplicemente espandendosi dal nulla senza essere legato a niente, come se fosse un’entità a sé. Il ragazzo finge d’ignorare l’evidente stranezza della cosa, non la capisce e non si fa più domande. Del resto lo pàgano per questo. Impreca però dentro sé per l’inattesa perdita di tempo che questo comporterà, quindi s’avvicina all’ingresso e s’identifica:” Agente scelto Daréios Bach.” Il collega vestito come lui lo lascia passare ma gli ricorda che è in corso un’azione segreta e non può andare ovviamente oltre il <muro “crescente”> se non è tra gli effettivi della missione. Daréios, all’anagrafe Darius annuisce e s’avvicina all’ingresso della zona. Forse era Dario il suo nome? A volte non ricorda bene. Lo stesso parlare in inglese lo inserisce in un vortice senza tempo. Vortice dove, da quando lavora qui, il passato e tutto quello collegato ad esso tende a svanire dalla sua vita. Quello che accade oltre il muro per lui è insonorizzato, non tutti tra loro hanno le cuffie per sentire, ma può benissimo vedere i suoi colleghi. Ne individua tre e s’avvicina a loro. Bussa nel vetro e parla, perché loro, esattamente come lui, sono capaci di leggere sulle labbra.“Ciao Ragazzi” Dice ai tre che lo guardano in modo neutro. In teoria non potrebbe neanche parlare loro. Daréios punta lo sguardo sul ricciuto con gl’occhiali che ruota il “marchingegno” ma che in questo momento non ha nulla da fare:”Senti. Non è che potresti andare a prendermi 20 euro nella scatola marrone con disegni di mappe del seicento su, dentro la mia stanza? Te ne sarei molto grato.” L’altro fa spallucce e si alza. Torna dopo breve semplicemente uscendo da una porta nel muro e gli passa soltanto 15 euro. ”Mi sono preso una mancia, così il capo non saprà che sei stato qui.” Daréios prende i soldi dopo averlo fissato con lo sguardo più neutrale ma deciso che possano fare i suoi occhi marroni. Quindi saluta e s’avvia verso gl’ascensori. Probabilmente per risparmiare tempo. Di questo luogo non posso dire molto, perché Daréios stesso ci vive da poco, ma posso dirvi una cosa.

    Se teme qualcosa in quel luogo è di certo l’ascensore.

    Costruito chissà quando e con chissà quale tecnologia, non è un semplice mezzo fatto di metallo e bulloni che porta dall’alto al basso e viceversa. È l’ingresso d’un labirinto. Un labirinto che porta all’interno delle sezioni della grande costruzione nella quale si trova il palazzo dove lavora Daréios. Ma, se attivato da un agente come lui, non s’apre solo su questo tempo e in questo palazzo. Dissimulando la sua rabbia, Daréios entra nel Pentagono, come gl’agenti  chiamano l’ascensore per il modo in cui si dice si muova su diversi piani di esistenza. Non mi chiedete di spiegarvelo! Daréios è stato troppo distratto dall’evidente ladrocinio del tizio per pensare a quello che sta facendo, ma alla fine lo fa. Mentre v’entra, il ricordo dell’ultima volta che v’è entrato lo investono. Non era ancora un agente né si trovava in questo luogo, ma semplicemente stava consegnando una pizza capricciosa ad una signora. Indossava un cappello della pizzeria per cui lavorava, sotto il quale erano raccolti i suoi lunghi capelli castani e una divisa con il vistoso marchio della pizzeria che copriva  per intero il suo corpo robusto. Arrivato nella casa di sei piani semplici nella periferia della sua città natale, s’infilò dentro l’ascensore per arrivare al quinto piano. L’ascensore probabilmente era uno dei primi ascensori fatti in città e risalenti ai ’30 del novecento perché attorno alla “camera”, se mi passate la parola, c’era una specie di imbracatura di ferro all’interno della quale si muoveva la camera stessa. Quando però Daréios uscì da lì, non era più nello stesso palazzo. Perché? Semplicemente perché di fronte al marchingegno da cui era uscito, c’era un’altra cabina come quella  che avvolgeva la “camera”. Daréios si voltò allora e vide che dietro di lui era sparita anche la camera. Allora si tolse il cappello e posò la pizza in terra per cercare d’analizzare il tutto. Si raccolse i capelli che portava lunghi in un nuovo codino. Si trovava su un pianerottolo d’un palazzo diroccato che non s’apriva su nessuna porta. L’unica apertura era dietro la seconda cabina, probabilmente aperta da un mortaio e adesso fungeva da finestra. Un’enorme finestra. Non sapeva come ci fosse arrivato né se sarebbe riuscito ad uscire. Nonostante si convincesse che l’unico modo era tornare indietro da dove era arrivato, non riusciva a crederci anche perché non c’era neanche modo di richiamare l’ascensore perché non vedeva nessuna pulsantiera né una maniglia per aprire la porta. L’ansia e il terrore sembravano pervaderlo, ma lui s’innervosì perché non aveva mai accettato il destino senza reagire nella sua vita. Andò verso l’ascensore di fronte, dimentico di pizza e cappello, e questo sembrò illuminarsi con una luce che veniva sprigionata dalla cabina stessa forse per l’arrivo d’un’altra “camera”? Fu allora che, Daréios sentì arrivare sibilando inattese e vicinissime, come sottili lingue di serpenti che entravano e uscivano dalle loro bocche. Ma non erano serpenti normali. Irrazionalmente e senza un ricordo preciso a convincerlo, lui sapeva che quelli erano rettili di forma umana. Il problema era che non aveva nessun’arma con sé per difendersi. Scosse la testa negando anche l’evidenza del rumore. Si diceva: ho semplicemente sbagliato piano d’ un vecchio palazzo…sarà il vento! Senza rendersi conto che quando era entrato nell’ascensore non era in un palazzo tanto vecchio. Ma poi, dalle aperture dalla cabina da cui era uscito, vide sollevarsi sulle braccia muscolose e unghiate e quindi il viso dalle lunghe linghe di  quegli esseri che lui temeva sarebbero arrivati. Istintivamente prese la posizione di difesa del karate; pugni chiusi e pronti a colpire, braccia alte davanti al viso, con braccio destro avanzato e gomiti stretti ai fianchi. Gamba destra avanzata ma ginocchia piegate e gambe abbastanza flesse per favorire il movimento. Sentiva dentro sé che questa era un’inutile difesa contro quei … qualunque cosa fossero. Sapeva solo che l’unica via per sfuggirgli era distrarli abbastanza per entrare nell’ascensore. In una situazione come questa non vedeva cos’altro fare. Quando quei rettili, sicuri della loro preda, si erano avvicinati abbastanza per colpirlo, lui non ebbe il tempo d’agire. Dall’interno della camera due mani lo tirarono dentro e lui si trovò in terra, davanti a due impiegati d’un semplice ufficio. O perlomeno, sembrano proprio questo. Ancora mani e braccia poste in difesa. Il più anziano dei due, occhi verdi profondi e zigomi alti, viso allungato e molto magro, lo scrutò per un po’, poi quando Daréios aveva capito che era salvo e cominciava ad abbassare le mani, disse:” Complimenti ragazzo, l’ascensore t’ha scelto.” Daréios lo guardò instupidito. Cominciò a grattarsi il mento dove ancora un folto pizzetto tinto di rosso s’allungava nel  viso e se lo accarezzò lentamente prima di dire:”Cos’è successo?” L’altro lo aiutò a rialzarsi e disse:”Ogni spiegazione a suo tempo, ragazzo. Benvenuto agente Daréios Bach, lei adesso fa parte del Servizio Estero Europeo”

    Ed ecco che il suono dell’ascensore che si apre lo riporta ai giorni nostri. Per fortuna si riapre ulla caffetteria. Daréios controlla il suo orologio da taschino. Le dieci e cinque. E’ convinto che lo stupore del fatto che dentro le stanze dove è in corso un’azione il tempo passa in modo diverso, come dentro l’ascensore stesso non gli passerà mai. “Del resto è la stessa tecnologia…certo che tecnologia è non lo so, ma chissene…” La ragazza mora di prima; Miriam, un’agente come lui, lo accoglie con un grande sorriso e sa che, nonostante i pericoli, è davvero una vita pericolosa ma bella. E raggiunge la ragazza per pranzare insieme a lei.

     

    Dario Musolino.