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Torre Luna

La Torre dello Sconosciuto e Oltre
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Dario Musolino

15 July

L'Ascensore.

L’Ascensore.

 

E’ un leggero mattino d’estate su una delle tante capitali europee. Ma noi non vediamo il cielo né vedremo che è una capitale…dovrete semplicemente fidarvi della mia parola perché la vicenda si svolge dentro un palazzo.

Un leggero sole entra dal grande finestrone senza persiane e s’accende su una sala da caffè, dove s’affannano camerieri e s’accalcano consumatori. Sono probabilmente le 10 circa. Due ragazzi si tengono per mano e svicolano tra i tavolini finché non arrivano al bancone. Lei indossa una camicetta bianca leggera che, attraverso un taglio perfettamente congeniato lascia intravedere il dolce declivio tra i seni, e una gonna nera che arriva, molto aderente, fin sopra le ginocchia. La mora si muove dentro minuscole scarpette nere da ginnastica senza lacci. I suoi lunghi capelli neri arrivano fino a metà spalle. Lui invece sembrerebbe il tipico impiegato. Completo nero, camicia bianca e perfetta coi polsini, cravatta molto stretta che s’allunga a sigaretta verso l’addome, scarpe tanto serie che si sono usate per tutto il novecento. Ha capelli cortissimi e una leggera barba, pizzo leggero ma rossiccio. Dalla tasca esce e rientra una catena a cui c’è appeso un orologio e una chiave. Per una porta che dà su cosa? Comunque lei lo porta al bancone e, sorridendo, i due prendono i menus. Lui però fa un salto e dice:”Scusa, devo salire…torno subito. T’assicurerai che mi faccia un bel paninazzo?” Indicando in pratica tutta la carne che c’è dietro la vetrinetta. Guarda lei, poi la cameriera in divisa e capelli raccolti, ha la conferma che s’aspetta dalle due e poi si defila tra i tavolini  Mentre s’avvicina alle scale notiamo che non è al piano terra ma in un piano alto d’un alto edificio, qualcuno accanto a lui grida:”Che fai? Hai dimenticato la merce! Dov’è adesso?” La nostra visuale si sposta e vediamo che c’è una scatola di quella che tiene materiale radioattivo su quattro ruote che, in effetti, s’avvicina al muro come se fosse pensante –o forse, semplicemente, guidata da qualcuno?- e vi sparisce dentro. Il ragazzo che s’avvia verso le scale sembra l’unico ad accorgersene  e la cosa non lo colpisce, anzi fa spallucce e dice tra sé:”Quando arriverà giù, i ragazzi se ne occuperanno…” E sorride. Quindi decide di salire le scale da cui è arrivato. In breve arriva nel piano dov’è il suo dormitorio. –Maledizione- dice tra sé –avrei dovuto prendere i soldi prima, non tentare di fregarmi il bacio perugina enorme che brillava nella realtà e nel mio desiderio egoistico di conquistarla, su quel tavolino nella sala comune!- Ma si trova davanti al muro, il muro “crescente” come si dice qui, che sta chiudendolentamente la sezione per la missione segreta di oggi, semplicemente espandendosi dal nulla senza essere legato a niente, come se fosse un’entità a sé. Il ragazzo finge d’ignorare l’evidente stranezza della cosa, non la capisce e non si fa più domande. Del resto lo pàgano per questo. Impreca però dentro sé per l’inattesa perdita di tempo che questo comporterà, quindi s’avvicina all’ingresso e s’identifica:” Agente scelto Daréios Bach.” Il collega vestito come lui lo lascia passare ma gli ricorda che è in corso un’azione segreta e non può andare ovviamente oltre il <muro “crescente”> se non è tra gli effettivi della missione. Daréios, all’anagrafe Darius annuisce e s’avvicina all’ingresso della zona. Forse era Dario il suo nome? A volte non ricorda bene. Lo stesso parlare in inglese lo inserisce in un vortice senza tempo. Vortice dove, da quando lavora qui, il passato e tutto quello collegato ad esso tende a svanire dalla sua vita. Quello che accade oltre il muro per lui è insonorizzato, non tutti tra loro hanno le cuffie per sentire, ma può benissimo vedere i suoi colleghi. Ne individua tre e s’avvicina a loro. Bussa nel vetro e parla, perché loro, esattamente come lui, sono capaci di leggere sulle labbra.“Ciao Ragazzi” Dice ai tre che lo guardano in modo neutro. In teoria non potrebbe neanche parlare loro. Daréios punta lo sguardo sul ricciuto con gl’occhiali che ruota il “marchingegno” ma che in questo momento non ha nulla da fare:”Senti. Non è che potresti andare a prendermi 20 euro nella scatola marrone con disegni di mappe del seicento su, dentro la mia stanza? Te ne sarei molto grato.” L’altro fa spallucce e si alza. Torna dopo breve semplicemente uscendo da una porta nel muro e gli passa soltanto 15 euro. ”Mi sono preso una mancia, così il capo non saprà che sei stato qui.” Daréios prende i soldi dopo averlo fissato con lo sguardo più neutrale ma deciso che possano fare i suoi occhi marroni. Quindi saluta e s’avvia verso gl’ascensori. Probabilmente per risparmiare tempo. Di questo luogo non posso dire molto, perché Daréios stesso ci vive da poco, ma posso dirvi una cosa.

Se teme qualcosa in quel luogo è di certo l’ascensore.

Costruito chissà quando e con chissà quale tecnologia, non è un semplice mezzo fatto di metallo e bulloni che porta dall’alto al basso e viceversa. È l’ingresso d’un labirinto. Un labirinto che porta all’interno delle sezioni della grande costruzione nella quale si trova il palazzo dove lavora Daréios. Ma, se attivato da un agente come lui, non s’apre solo su questo tempo e in questo palazzo. Dissimulando la sua rabbia, Daréios entra nel Pentagono, come gl’agenti  chiamano l’ascensore per il modo in cui si dice si muova su diversi piani di esistenza. Non mi chiedete di spiegarvelo! Daréios è stato troppo distratto dall’evidente ladrocinio del tizio per pensare a quello che sta facendo, ma alla fine lo fa. Mentre v’entra, il ricordo dell’ultima volta che v’è entrato lo investono. Non era ancora un agente né si trovava in questo luogo, ma semplicemente stava consegnando una pizza capricciosa ad una signora. Indossava un cappello della pizzeria per cui lavorava, sotto il quale erano raccolti i suoi lunghi capelli castani e una divisa con il vistoso marchio della pizzeria che copriva  per intero il suo corpo robusto. Arrivato nella casa di sei piani semplici nella periferia della sua città natale, s’infilò dentro l’ascensore per arrivare al quinto piano. L’ascensore probabilmente era uno dei primi ascensori fatti in città e risalenti ai ’30 del novecento perché attorno alla “camera”, se mi passate la parola, c’era una specie di imbracatura di ferro all’interno della quale si muoveva la camera stessa. Quando però Daréios uscì da lì, non era più nello stesso palazzo. Perché? Semplicemente perché di fronte al marchingegno da cui era uscito, c’era un’altra cabina come quella  che avvolgeva la “camera”. Daréios si voltò allora e vide che dietro di lui era sparita anche la camera. Allora si tolse il cappello e posò la pizza in terra per cercare d’analizzare il tutto. Si raccolse i capelli che portava lunghi in un nuovo codino. Si trovava su un pianerottolo d’un palazzo diroccato che non s’apriva su nessuna porta. L’unica apertura era dietro la seconda cabina, probabilmente aperta da un mortaio e adesso fungeva da finestra. Un’enorme finestra. Non sapeva come ci fosse arrivato né se sarebbe riuscito ad uscire. Nonostante si convincesse che l’unico modo era tornare indietro da dove era arrivato, non riusciva a crederci anche perché non c’era neanche modo di richiamare l’ascensore perché non vedeva nessuna pulsantiera né una maniglia per aprire la porta. L’ansia e il terrore sembravano pervaderlo, ma lui s’innervosì perché non aveva mai accettato il destino senza reagire nella sua vita. Andò verso l’ascensore di fronte, dimentico di pizza e cappello, e questo sembrò illuminarsi con una luce che veniva sprigionata dalla cabina stessa forse per l’arrivo d’un’altra “camera”? Fu allora che, Daréios sentì arrivare sibilando inattese e vicinissime, come sottili lingue di serpenti che entravano e uscivano dalle loro bocche. Ma non erano serpenti normali. Irrazionalmente e senza un ricordo preciso a convincerlo, lui sapeva che quelli erano rettili di forma umana. Il problema era che non aveva nessun’arma con sé per difendersi. Scosse la testa negando anche l’evidenza del rumore. Si diceva: ho semplicemente sbagliato piano d’ un vecchio palazzo…sarà il vento! Senza rendersi conto che quando era entrato nell’ascensore non era in un palazzo tanto vecchio. Ma poi, dalle aperture dalla cabina da cui era uscito, vide sollevarsi sulle braccia muscolose e unghiate e quindi il viso dalle lunghe linghe di  quegli esseri che lui temeva sarebbero arrivati. Istintivamente prese la posizione di difesa del karate; pugni chiusi e pronti a colpire, braccia alte davanti al viso, con braccio destro avanzato e gomiti stretti ai fianchi. Gamba destra avanzata ma ginocchia piegate e gambe abbastanza flesse per favorire il movimento. Sentiva dentro sé che questa era un’inutile difesa contro quei … qualunque cosa fossero. Sapeva solo che l’unica via per sfuggirgli era distrarli abbastanza per entrare nell’ascensore. In una situazione come questa non vedeva cos’altro fare. Quando quei rettili, sicuri della loro preda, si erano avvicinati abbastanza per colpirlo, lui non ebbe il tempo d’agire. Dall’interno della camera due mani lo tirarono dentro e lui si trovò in terra, davanti a due impiegati d’un semplice ufficio. O perlomeno, sembrano proprio questo. Ancora mani e braccia poste in difesa. Il più anziano dei due, occhi verdi profondi e zigomi alti, viso allungato e molto magro, lo scrutò per un po’, poi quando Daréios aveva capito che era salvo e cominciava ad abbassare le mani, disse:” Complimenti ragazzo, l’ascensore t’ha scelto.” Daréios lo guardò instupidito. Cominciò a grattarsi il mento dove ancora un folto pizzetto tinto di rosso s’allungava nel  viso e se lo accarezzò lentamente prima di dire:”Cos’è successo?” L’altro lo aiutò a rialzarsi e disse:”Ogni spiegazione a suo tempo, ragazzo. Benvenuto agente Daréios Bach, lei adesso fa parte del Servizio Estero Europeo”

Ed ecco che il suono dell’ascensore che si apre lo riporta ai giorni nostri. Per fortuna si riapre ulla caffetteria. Daréios controlla il suo orologio da taschino. Le dieci e cinque. E’ convinto che lo stupore del fatto che dentro le stanze dove è in corso un’azione il tempo passa in modo diverso, come dentro l’ascensore stesso non gli passerà mai. “Del resto è la stessa tecnologia…certo che tecnologia è non lo so, ma chissene…” La ragazza mora di prima; Miriam, un’agente come lui, lo accoglie con un grande sorriso e sa che, nonostante i pericoli, è davvero una vita pericolosa ma bella. E raggiunge la ragazza per pranzare insieme a lei.

 

Dario Musolino.

 

08 May

Lontano, vicino, a due passi.

Parecchi giorni fa, poco più che metà aprile.

 

(Un cartello di sei metri dice: “Tutto è intorno a te” ma ti guardi intorno e invece non c’è niente. Jovanotti, “Fango”)

 

Il mondo sembra tutto intorno a noi. Ma lo immaginiamo così, semplicemente perché ci conviene. Lo facciamo per sentirci meno piccoli, meno impauriti. Noi italiani soprattutto e per parecchio tempo abbiamo avuto come esempio il dio monoteista che comanderebbe tempo, spazio e ogni legge naturale nonché gli elementi atmosferici…è chiaro e ovvio per il sottoscritto che l’uomo e la donna vogliano sentirsi capaci di fare lo stesso mandandolo a gambe all’aria.

Il fatto è, che diversamente dal nostro biblico creatore e da suo figlio venuto dopo, poco di quello che possono fare i membri della trinità cristiana è quello che possiamo fare noi e non è possibile neanche lontanamente per noi avvicinarci alla loro potenza, neanche modificando geneticamente gl’embrioni…creare la vita...ghghgh. Niente è lontanamente paragonabile al creare la vita e a parte l’afflato spirituale mi pare che questo è l’unico miracolo al quale abbiamo il diritto di partecipare! A me, come credo alla gente comune, poco importa camminare sull’acqua o cambiarla in vino davanti ai problemi della vita. Ogni tanto mi viene l’insano desiderio di essere padre. ( insano perché ho difficoltà ad essere abbastanza presente a me stesso e ho paura del giorno in cui sarò padre.)

Ora, tutti sappiamo o la maggior parte di noi sa, come viene concepito e nasce un bambino da una coppia eterosessuale: un uomo e una donna si desiderano e decidono, spesso e volentieri volontariamente, di fare l’amore. (A volte il desiderio l’ha solo l’uomo, è chiaro,ma ci arriverò senza entrare per nulla nella Bioetica. Né parlare di adozioni ad omosessuali di qualunque sesso, fecondazioni varie, etc. Sebbene io tenga per chiunque s’ami e voglia un figlio che amerà, come sostengono molti scienziati americani.) La maggior parte delle volte basta questo incontro di sensi per riuscire a concepire un piccolo bocciolo e dopo i fatidici nove mesi, arriva la gioia. Bene. La gioia di avere una cosa che è parte di te e della persona che ami tra le mani è qualcosa d’indescrivibile. È qualcosa che certe persone su un colle di Roma probabilmente non potranno mai provare o, se l’abbiano per accidente provato, dimostrare di provare. Per ora almeno. L’unico super potere, di cui è depositaria la donna e alla quale noi uomini parteciperemo sempre da comprimari, quando decideremo di prendervi parte ovviamente, è quello. Certo per alcuni quello della mente è inarrivabile ma è un altro discorso. La mente è incredibile ma non è altrettanto stupefacente quanto l’amare tanto una persona da generarci insieme un’altra vita. O farsi aiutare a farlo. [ ;) ] Almeno dal mio punto di vista, ripeto; è la magia maggiore, il potere e la grandezza del divino in noi.

Tutte le battaglie sui diritti di colui o colei che probabilmente, se non ci fossero problemi in mezzo e la donna volesse sopportare i dolori di una gravidanza fino alla fine potrebbe nascere dopo nove mesi…(Perché il dramma è che spesso quelle donne non volevano neanche avere quel rapporto sessuale quindi odiano avere qualcosa che non vogliono dentro di sé, soprattutto se sono ancora nell’adolescenza; soprattutto se capiscono che i genitori non staranno loro vicino, a meno che non siano prive del tutto dei genitori ovviamente. Oppure per i dolori che sopportano e che potrebbero ucciderle se hanno problemi proprio nell’averli i figli. Scusate lo sfogo empatico! )A parte voi donne, riuscite ad immaginare il vostro corpo cambiare per nove mesi e adattarsi a quei cambiamenti dolorosamente, cari vescovi della CEI della cattolica e  romana chiesa? Ne siete capaci o non ci riuscite?

Beh io non ci provo neanche perché sono uomo e non è cosa mia.

Fondamentalmente: siamo capaci di capire, di comprendere certe sofferenze? Vogliamo capirle? Queste sono le domande che dovreste fare a voi stessi. Ma dubito lo vogliate.

Io  non accetto la vostra battaglia, né quella di Giuliano Ferrara ( Ex- tante cose, ma soprattutto ex intellettuale dopo l’ultima uscita politica con la lista contro l’aborto perché questa cosa sa d’opportunismo lontano mille miglia, lontano dalla mia idea di “intellettuale.” Non è intellettuale neanche quando ne parla. Sempre secondo me, ovvio.) perché è propaganda, imporporati, è semplice propaganda politica. È inoltre immorale e contro ogni diritto umano perché temo v’interessi solo il dominio sul corpo e quindi l’anima delle donne. E non venite a dire che è nel vostro diritto interessarvi così tanto dei fatti nostri. Se pensate che è così che si fa,(intendo occuparvi dei fatti nostri) entrate in parlamento direttamente e fondate il partito del colle Vaticano. Con la bandierina del papa Benedetto. Tra le varie cavolate, ci sarà posto anche per le vostre. Se veramente vi preoccupaste di noi, ma dico nel senso reale del termine (andate a cercarlo su un dizionario così fate un po’ di moto fisico e intellettuale) ci direste, dopo una lunga riflessione…

  1. Perché il “papa”,(intendo la figura in sé ma se rivedete Benedetto XVI vuol dire che c’entra.) una volta semplicemente vescovo di Roma, non si occupa semplicemente dei problemi spiritualidella sua città e magari ogni tanto ci dà delle dritte per parlare con la Divinità invece di sindacare sui musulmani quando si veste da teologo? Cosa impossibile visto che è capo di stato teocratico e non può esprimere liberamente certi concetti. Quindi, per intrinseco significato, in un mondo dove le parole sono state create prima del cristianesimo, lui non dovrebbe essere incapace di sindacare su certi argomenti che riguardano carne e corpo e i rapporti fra stati?
  2. Perché con uno stato funzionante in Italia esiste ancora un minuscolo colle Vaticano che ci vorrebbe imporre regole morali e civili?
  3. Perché non vi liberate dei preconcetti materialistici del diritto e del potere umani e v’occupate solo di religione e di spirito? L’etica o bioetica lasciatela alle persone normali, persone che non fingono d’essere asessuate. Non fingete di rappresentare il potere divino per interessarvi in verità a tutt’altro!

Se davvero v’interessaste di noi, sciogliereste lo stato vaticano per mischiarvi allo stato italiano in cui vivete e alla gente comune, come umili ministri di culto, per viverci insieme! Siete depositari di duemila anni di  riflessioni sullo spirito ed il rapporto con la divinità. Cavolo! Metteteli a frutto occupandovi dell’anima delle persone e lasciandovi alle spalle un’ormai inutile “status quo” di Stato, magari se necessario prendendo moglie…Certo, se davvero volete fare gl’asceti, fatelo dopo aver provato come tutti gl’altri la vita. È inutile imporre un sistema di vita in cui vi sentite stretti anche voi per il mero desiderio di potere. Ci sono altre istituzioni, più adeguate per farlo. Evitate anche voi (che propagandate ideali di eguaglianza e virtù e a volte quando siete parroci e vivete tra le persone, ci credete pure e lo dimostrate.) di strizzarci fino al midollo ogni energia e prendere le nostre “cose” e affetti perché quel giorno vi va così. Non siete –vescovi/conti- come nel medievo! Così smettereste di chiudere le persone in una gabbia mentale che, nel migliore dei casi, ci spinge a fingere di seguire le vostre regole per poi smentirle il giorno dopo come fate voi stessi del resto. Noi atei, come ci chiamate, vi chiediamo semplicemente un po’ di coerenza. Al giorno d’oggi, infatti, la tradizione politica, del resto senza mai deludere se stessa ma anzi sfacciatamente dimostrando di fregarsene delle leggi che la sua classe stessa ha creato poco più di sessant’anni fa, si addentra nel qualunquismo e nell’opportunismo sfrenato, a tutti i livelli di potere…

Bene, ora mi sono scaricato, vado a fare altro.

 

Una voce che grida dal deserto e contro l’afa del mondo.

(la foto non c'è perché non sono a casa, questo il link: http://www.stregoneriapagana.it/IMG_0446.JPG)

17 April

La Luna su Via Aschenez

La Luna su Via Aschenez

 

-Buonanotte. C'è la luna piena su Via Aschenez, una delle arterie del Cuore che è il Corso Garibaldi, stanotte in questa città la mia. Facce passano sotto i lampioni che s'illuminano flebili sulla gente che va altrove, chissà dove, a divertirsi.

- Non ho scelta; qualcosa, un richiamo, m'attira.

- Sono le luci, la gente, la luna e tutto!

- Prego ogni tramonto d’essere forte, perché so che quello che faccio è, dev’essere sbagliato.

- Ma tu non sentirai mai il mio fiato o il suono dei miei passi, quando c’è la luna su via Aschenez, Reggio Calabria.

 

- Una volta, molti anni fa, quando divenni ciò che sono, mi chiamavano Eliana.

- Molti anni fa venni intrappolata in questa vita come un agnello innocente. Ed ora non posso mostrare il mio viso a mezzogiorno ma solo alla luce della luna perché, perché dormo fino a mezzodì.

- Il volume dei miei capelli nasconde gl’occhi di una belva perché ho la faccia da peccatrice e le mani d’una santa.

- Ma, ripeto, tutto questo è inutile se sarai solo sulla mia stessa strada perché sentirai la mia lama sul collo senz’aver udito i miei passi raggiungerti qui su Via Aschenez…

 

- Lui è Dario.

- L’ho visto camminare per le strade di Reggio.

- Diversamente da molti è innocente…è giovane, di buona famiglia com’ero io.

- Per lunghe notti l’ho visto piangere e cantare dalla sua finestra e ho lottato con il mio istinto alla debole luce della luna.

- Ogni tramonto ho pregato “Dio, come posso essere così? Come posso amore ciò che distruggo e distruggere la cosa che io amo?”

 

-Oh, non vedrai certo la mia lama, caro, né il suono dei miei passi t’arriverà all’orecchio. Stanotte, sotto la luna piena, in via Aschenez.

 

Eliana.

 

(Io m’ispiro a Moon over Bourbon Street di Sting che a sua volta s’ispira a “Interview with a vampire di Ann Rice.”)

 

 

03 March

Il Deficiente.

(Tanto a me della musica non mi frega più niente. Seguo un’altra politica sono dirigente. "Il Rubacuori" dei Tiromancino.)

 

Sono un deficiente.

 

C’era una volta il paese delle banane e aveva per capo un buffone. Il suo nome era Enea. Quest’uomo o, per meglio dire: questo cretino, aveva nel suo simbolo, oltre alla banana lunga e turgida che rappresentava il suo paese, un oggetto che una volta aveva un senso e ora non più. Una croce rossa su sfondo bianco. Negli anni di comando, quando non aveva ancora ottant’anni, cioè fino a qualche giorno prima di farli, Enea era sempre stato impeccabile nel suo vestito blu. Ovviamente era stato un buffone da sempre. I capelli e la pelle sempre lisci erano frutto del lavoro dei suoi dottori, ormai felici dei milioni d’euro da lui versati, che avevano fatto di tutto per non farlo invecchiare mai.  Nelle notti di luna piena di quei giorni però, spesso quand’era ubriaco cantava: “A me della politica non me ne frega più niente perché io solo un deficiente.” Tutto questo era causa di grande scalpore nella gente che lo seguiva. Enea, o il Buono, era marito di moglie divorziata tre volte, a sua volta divorziato anche lui per almeno una, era ormai paladino dei conservatori e dei qualunquisti e dei credenti, ma in realtà s’era sempre fatto i fatti suoi. Enea era un uomo capace, fino ad un certo punto, di ridere di sé e dei suoi difetti ma abile ad affogare i suoi nemici. Quando la notizia si sparse, tra i suoi seguaci si parlò di scandalo. Se gli chiedevano cosa avesse, lui rispondeva: ”Sono sano, sono il Buono, sono turgido e anche bello. Sono tutto, anche un libero uccello.” Queste erano le parole della campagna elettorale che l’aveva portato al potere circa 16 anni prima. Però qualcosa stava cambiando. Lo capì la sua pupilla; Adele. Era la donna con la quale andava a letto da ormai tre anni, quando lei ne aveva trentacinque. Questa donna aveva capelli rosso fiamma e, nei momenti liberi, presiedeva una multinazionale che governava la televisione, il cinema e l’editoria del paese delle banane. Adele era il suo successore prescelto ma, in pratica, comandava di già, incontrastata. Cosa lei facesse tre anni prima non lo sapeva nessuno. Si sapeva solo che nelle ultime elezioni era riuscita a conquistarlo. Quindi, da sconosciuta, era subentrata al figlio di Enea e ai suoi tanti parenti nel comando del suo impero. Tralasciamo questi misteri e riprendiamo il discorso. Lei capì, dicevamo, che qualcosa non andava. La donna si chiese se fosse la mancanza delle beghe con gli alleati ad angustiarlo. Quegli alleati grazie ai quali aveva stravinto tredici anni prima e ancora tre anni prima. Gli mancava forse fingere di litigare con loro? Era forse la mancanza del suo avversario, vecchio come lui, che aveva fatto internare in un gulag albanese quando era stato rieletto tre anni prima? O tutto questo insieme?

Sicuramente in quei giorni il cemento regnava ovunque e i suoi amici erano sistemati per la pensione. In Europa e nel mondo tutti fingevano di rispettarlo e se non era così la propaganda correggeva le dichiarazioni straniere dove necessario. I suoi nemici erano ridotti al silenzio. E allora cos’era? Pazzia? Crisi della mezza età? O semplicemente era rinsavito? Cioè rischiava di diventare davvero buono? Adele, allarmata da queste conclusioni, convocò lo scendiletto di Enea. Il lungo, allampanato e occhialuto Filiberto. Quest’uomo aveva superato da poco la cinquantina, una volta era a capo del maggior partito conservatore e ora s’occupava dei servizi segreti. Per lungo tempo aveva  bramato il potere dietro le quinte e ora lo gestiva con questa donna, con la quale, qualcuno malignava, avesse una storia. Filiberto voleva governare sottobanco fino alla morte? Freghiamocene anche di questo mistero e torniamo alla storia. Appena fu convocato, Filiberto ebbe l’ardire di sostenere che probabilmente Enea avrebbe dovuto essere sostituito. E lei approvò, baciandolo sulle labbra con passione. Intanto al Festival del paese si sentiva la canzone che aveva per titolo e ritornello: ”A me della musica non me ne frega più niente, perché sono un gran deficiente.” Quando Enea, il Clemente, seppe dei congiurati o forse fu avvertito da una delle tante spie che aveva ovunque, fece un sorriso con tutti i suoi denti. Bianchi e sani. Un sorriso per il quale era famoso ovunque. Ovviamente era famoso anche per i motteggi e gli scherzetti stupidi per i quali gli rideva dietro mezza Europa e per quale abbiam già detto che era un cretino. Enea unì quindi le mani dietro la schiena e, convocati Adele e Filiberto, disse loro che andava a farsi un viaggio sulla sua barca chiamata “Icaro.” “Icaro” era stata ottenuta con un esproprio proletario tre anni prima. Enea era proletario e tutti i nomi comuni esistenti anche stranieri, ovviamente. I due congiurati si strofinarono le mani l’un l’altra e vennero loro delle rughe sulle loro guance sinistre per la soddisfazione. Adele e Filiberto avrebbero potuto organizzare il “ritiro” di Enea mentre lui era via.

Quindi andarono a trombare.

Due settimane dopo, ormai pronti, la pupilla e lo scendiletto andarono ad accogliere Enea nel porto privato della Capitale. Il Sacerdote del suo grande regno avrebbe dovuto consegnargli un’onorificenza: Padre della Màtria. Poi i due congiurati avrebbero annunciato la morte del Capo Supremo del Paese. Così poi avrebbero potuto dirlo “Divino.”Ma successe l’imprevisto. Emiliano detto il Russo, che avrebbe dovuto essere morto in un gulag albanese, trasmise un ultimatum dal Palazzo dove Enea viveva nella Capitale. Da ormai una settimana, il Russo ( per i suoi trascorsi comunisti) era partito con i suoi luogotenenti da una regione sottomessa e sommersa dai rifiuti che ormai era usata semplicemente come bidone della spazzatura. Si favoleggiava che fosse governata da un ex nemico di Enea che lui aveva comprato per vincere le elezioni ormai sedici anni prima. L’ex nemico ed ibrido umano alieno chiamato Antonio. Ma questo rimarrà un altro mistero. Di certo in questa regione vivevano solo organismi geneticamente modificati ed “Antonio”li comandava. Grazie a questi organismi guidati dal lui ( Degli abitanti di questa regione la gente “normale”, compresi gli sbirri, aveva paura) Emiliano aveva occupato velocemente i centri di potere, comprese le televisioni una volta di stato, e adesso chiedeva la resa incondizionata a Enea. In conclusione all’ultimatum, il Rosso chiedeva al Buono, Clemente e Divino Padre della Matrìa di lasciare il potere.  Altrimenti avrebbe semplicemente sterminato la popolazione che Enea tanto amava e avrebbe preso il potere con la forza dei suoi organismi geneticamente modificati. A questo punto Enea soprese tutti,o forse no, e si mise a cantare: “A me della gente non me ne frega più niente, io sono solo un gran deficiente.” Spinse sulla sua barca l’amata Adele, terrorizzata, e lasciò il paese in mano al suo povero scendiletto.

 

Non sappiamo cosa accadde loro o al paese delle banane. Confesso, molto pragmaticamente, che non me ne frega niente, perché sono un deficente.

 

Daréios. 

04 January

Scelte

Cazzo!

 

Certi giorni ti alzi male. Non puoi evitarlo. Ti cresce dentro qualcosa che fa male. Esci, fai le solite cose, poi visto che stai davvero male vai in biblioteca e scrivi come fo io.

Visto che tra connessione e la maledette altre cose, non riesci a scrivere in un luogo dove dovresti ridere o perlopiù far casino in positivo. Perché lo sai che non puoi portare ulteriore disordine al chaos. Perché non vuoi farlo.

A cosa serve il blog se non per fare questo? Per scaricarsi? Come mai certe volte vorresti dar fuoco al mondo dopo che un fuoco simile ti ha già consumato? Come mai ti vengono in mente certe cazzate dopo che avevi detto che non saresti mai tornato indietro? Come mai?

Dimmi come mai? Si, viene in mente anche a me il pezzo degli 883…

Ma non c’entra un benemerito ed eminente C. Come sopra. C. Mi auto-censuro? No, non c’è bisogno…il titolo è tanto eloquente…mentre lo dico, me lo ripeto dentro la testa ma quella parte è solo e sempre la stessa quella che calza a pennello:


E poi all'improvviso, sei arrivata tu
non so chi l'ha deciso, m'hai preso sempre più
la quotidiana guerra con la razionalità

vada bene pur che serva, per farmi uscire

 

Che poi alla fine il problema è sempre quello.  La razionalità in lotta con i sentimenti.

 

Ragione e sentimento.

 

Cosa spinge persone che abitano a chilometri di distanza e che non si son mai incontrati ad avvicinarsi così tanto? Cosa spinge due persone che sono state tanto vicine ad allontanarsi così tanto? Mah, forse il problema è ancora un altro, il problema è più profondo. Cosa voglio? E’ davvero importante cedere al nulla? Cedere a quelli che sono i tuoi istinti più profondi? Cedere a quella che senti sia la tua vita? O lasciarti andare a qualcosa che, come al solito è sempre lontano? Ovviamente parlo di me, ovviamente parlo delle cavolate che fa il sottoscritto. Prendere quello che hai vicino e che hai sempre desiderato o cercare la fuga? Non accettare quella che senti sia la tua vocazione, la tua voglia di donarti con lo spirito, con la gioia, senza intermediazioni materiali e cedere a quello che è il tuo stupido orgoglio? Mah…una volta mi domandavo cosa stavo a fare qui, una volta avevo anche qualche risposta…oggi è davvero un grande chaos. Un’insicura via si muove di fronte a me se non farò questa scelta…è davvero importante farla alla fine?  Caro porta-parole elettronico, caro amico elettronico leggibile da tutti…infatti evito ovviamente di nominare il vero problema anche se chi mi conosce sa cosa ho sempre cercato e forse tra le righe si può leggere cosa ho sempre rifuggito. Anyway la strada è lunga dinanzi a me e io la seguo senza tema. Senza paura continuo il mio andare, ogni anno convinto di quello che faccio, ogni anno con nuovi propositi ma alla fine m'affligge sempre lo stesso dilemma: una scelta?

 

Mi sento come Walker Boh che ha sempre rifuggito alla strada che vedeva tracciata di fronte a sé. E per accettarla è costretto a perdere la mano o il cuore…alla fine chi lo sa?

Dario.

"Qualcosa che non c'è."  http://www.youtube.com/watch?v=hnuLHwIVx1s&feature=related

"Tutto questo tempo a chiedermi
Cos'è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono
Così

Così un giorno
Ho scritto sul quaderno
Io farò sognare il mondo con la musica
Non molto tempo
Dopo quando mi bastava
Fare un salto per
Raggiungere la felicità
E la verità è

Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c'è
Invece di guardare il sole sorgere

Questo è sempre stato un modo
Per fermare il tempo
E la velocità
I passi svelti della gente
La disattenzione
Le parole dette
Senza umiltà
Senza cuore così
Solo per far rumore

Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c'è
Invece di guardare
Il sole sorgere

E miracolosamente non
Ho smesso di sognare
E miracolosamente
Non riesco a non sperare
E se c'è un segreto
E' fare tutto come
Se vedessi solo il sole

Un segreto è fare tutto
Come se
Fare tutto
Come se
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole

E non
Qualcosa che non c'è"

Elisa.

 
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